Non significa che il brano sia brutto o meno intenso, ma l'etichetta serve a stabilire un contratto di trasparenza con l'ascoltatore. La gente ha bisogno di sapere cosa sta consumando. Lo facciamo con il cibo (biologico vs. industriale), lo facciamo con i vestiti (fatti a mano vs. produzione di massa), perché non dovremmo farlo con l'arte? Immagino già un futuro dove, se navighi su una piattaforma di streaming, avrai un filtro obbligatorio che divide queste due macro-categorie. È una questione pratica di navigazione e, soprattutto, etica per tutelare chi usa il proprio tempo e la propria vita per creare quel tipo di esperienza sonora che chiamiamo 'originale'.
Però, qui arriva il punto cruciale che hai sollevato, ed è quello che mi ossessiona di più: l'emozione. Se un pezzo IA è tecnicamente perfetto, costruito per toccare esattamente le corde neurali che generano nostalgia o euforia (perché l’IA ha analizzato milioni di composizioni umane per capire come funzionano quelle corde), che differenza fa se a scriverlo non è stato un essere umano? Nessuna. Assolutamente nessuna, nell'immediato. L'emozione è la reazione fisica e chimica del tuo corpo al suono, e se il suono è efficace, il tuo cervello risponde.
Può succedere che un pezzo generato dall’IA, con la sua purezza matematica e la sua precisione chirurgica nel toccare l'universale, sia più toccante di un brano umano caotico, imperfetto o semplicemente svogliato. Alla fine della giornata, se ho le lacrime agli occhi ascoltando un arpeggio, le ho perché *quel* suono ha funzionato. L’importante è percepire l'emozione, come hai detto tu. La distinzione deve esserci per correttezza verso gli artisti, ma l’ascoltatore, libero da pregiudizi, alla fine giudicherà solo la risonanza. E in quel momento, davanti alle cuffie, l'origine (umano o silicio) diventa un dettaglio storico, non un pre-requisito per l'arte. Il futuro della musica è un campo di battaglia affascinante tra trasparenza e impatto emotivo puro.

